“L’usanza del paese” di Edith Wharton

26 marzo 2013

(… ovvero il fascino irresistibile dell’apparenza che  fa scambiare il fumo per aria pura)

Spesso mi sono domandata se, per la buona riuscita di un personaggio letterario,  sia preferibile che l’ autore mantenga  da esso un distacco preciso, quasi fisico; oppure, viceversa, che si getti a capofitto  dentro la fisionomia di “colui”  che sta creando, incurante di fissare linee di demarcazione fra il sé stesso in carne e ossa  e l’altro sé immaginario.

Qualora  lo scrittore stia plasmando un personaggio positivo, veicolatore di una poetica di vita retta e altruistica, non avrà problemi a prestare generosamente  sé stesso al proprio alter ego. Con l’intero bagaglio delle sue  emozioni a disposizione, il personaggio nascente potrà senz’altro “immergersi” verosimilmente  dentro il flusso di una realtà complessa, a mano a mano che la penna dell’autore  gli attribuirà i privilegi di un essere pensante e senziente.

Ma se l’eroe   che  s’intende creare  risulterà  soltanto  una commistione  deprecabile  di vizi e mancanze, allora  tutto sarà più complicato. Le  dinamiche fra l’autore e il  personaggio principale diventeranno più problematiche o, quanto meno, non proprio  scontate.

Quando il proprio “beniamino” si dimostrerà   ciò che di più odioso e detestabile ci possa essere, l’autore come effonderà  in lui l’alito di vita,    rimanendone a una “distanza di sicurezza” emotiva, tale da non rischiare, ogni momento, di essere confuso con lui dal lettore?  Perché poi lo scrittore stesso finirà per ingaggiare una lotta con il proprio personaggio,  nel tentativo – talvolta inconscio  – di differenziarsi da colui che vive attraverso il proprio respiro, ma che rimane pur sempre una mera finzione letteraria.

In che modo l’autore riuscirà in questa titanica impresa che lo vedrà in prima linea “contro” sé stesso e “contro” il lettore? Non c’è una risposta assoluta giacché ogni autore ha una peculiare sensibilità. Credo però che egli,  tessendo intorno al suo  personaggio l”intricata ragnatela della narrazione, non possa sapere in anticipo  quale sarà l’effettiva immagine  che esso, alla fine,   assumerà ai suoi occhi; e se  muterà durante la scrittura oppure   resterà tale e quale dalla prima all’ultima parola del libro. Sì, probabilmente  soltanto alla fine della storia, quando la  vita del personaggio si sarà pienamente realizzata, l’autore saprà quanto del proprio “io” ha effettivamente regalato – o negato -  alla propria  incarnazione letteraria.

Cosa avrà pensato la Wharton, immaginando un personaggio femminile etereo e bellissimo quanto amorale? Leggendo  l’usanza del paese, non  posso fare a meno di chiedermelo. Avrà temuto che la forza di quel carattere  d’acciaio, avrebbe potuto piegare lei stessa, con nessun’altra difesa che la barriera di un foglio e di  una penna? o si sarà entusiasmata, valutando quale grande sfida – tacita ma palese – avrebbe  affrontato nel momento in cui, per convenzione, l’immaginazione si sarebbe trasformata in realtà? Forse, trattandosi di  Undine Spraggl’entusiasmo sarà stato più forte della paura perché il fascino di questo personaggio (pur irradiato da ombre anziché da luce), è innegabile.

La giovane  donna  è fredda come il  ghiaccio; spregiudicata come ogni peggior arrivista che si rispetti; crudele fino alla spietatezza; insensibile fino all’ottusità. Eppure resta un personaggio stranamente affascinante, incredibilmente magnetico dall’inizio alla fine del romanzo. Per quanto vorremmo schiaffeggiarla ad ogni pagina, la sua astuzia ci vince; la sua determinazione ci conquista.

Questa eroina negativa, a causa della propria   grettezza morale,  non compie nessuna buona azione che possa redimere  le tante ingiustizie di  cui macchia.  A ogni passo in più  che compie verso il baratro, assicurandosi comunque un riconoscimento sociale   maggiore, rimango  affascinata dall’astuzia che dimostra in ogni circostanza.

Dalla sua parte Undine ha l’arte della manipolazione, appresa  grazie a un’intelligenza recettiva; affinata per mezzo di un esercizio costante. E ciò le consente di plasmare, secondo i suoi  desideri (per non dire capricci),  gli uomini della propria vita come fossero  pezzi inanimati d’argilla: il padre, il primo e il secondo marito, il figlioletto… Tutti sono, indistintamente,  pedine sopra una scacchiera che lei muove secondo le regole di uno spietato “gioco”: quello del potere. Le mosse ammesse   sono note da tempo. Si tratta, infatti, delle stesse che è usanza del [suo] paese adottare, in virtù di  un codice non scritto di comportamento, ormai accettato  e accettabile.  Per accaparrarsi  un posto in seno alla buona società, qualunque escamotage è lecito: l’inganno più vile; la menzogna più subdola.

Ciò è rivelato molto bene dalla prosa  pungente della scrittrice, la quale possiede una un’indubbia capacità espressiva nel caratterizzare al meglio ogni singolo personaggio. Ed è usando un lucido acume e una dissacrante ironia che  ci mostra, nella sua totale grettitudine,   la grande ascesa sociale di Undine. Mentre la Wharton ne descrive la bieca psicologia – con un esattezza chirurgica, – non tralascia di osservare   quali siano gli “effetti”  della luce   che la “sirena” incantatrice irradia intorno ai malcapitati, finiti  ad ascoltarne il melodioso canto.

Il beneficio, che sostare presso  quella luce sembra apportare, si trasforma ben presto  in un danno per tutti gli altri personaggi. La natura e le   proporzioni del danno varieranno di persona a persona; ma, alla fine, ognuno  avrà il sentore – quando non la certezza -  che l’aria pura, fino ad allora respirata a pieni polmoni, non era altro che fumo pieno di sostanze tossiche.

  Gioia A.

“Al di qua dal Paradiso” di Francis Scott Fitzgerald

27 ottobre 2012

 (… ovvero l’essenza di un pino particolare, trovata  camminando fra i sentieri di una pineta.)

Cos’è la prima cosa che ci attrae in un libro, tanto da indurci a sceglierlo fra  centinaia di altri che, in quel preciso momento, avremmo potuto preferirgli? Quando  non sappiamo niente di ciò che si cela dietro la barriera delle sue pagine chiuse, esteriormente,  ogni volume  – appoggiato su una mensola, accatastato su un ripiano – assomiglia  agli altri che lo seguono  o lo precedono. La forma è invariabilmente rettangolare; la superficie è  liscia.
   Dall’involucro standardizzato che la contiene e la delimita, ogni singola storia sembrerebbe annunciare soltanto che, in qualche misura, sarà una nuova ripetizione di altro già trovato altrove, dietro un’ altra copertina simile ritagliata a misura delle pagine.
   Scorrendo da lontano l’imponente quantità di volumi, che torreggia sui ripiani della libreria, ho l’impressione di essere davanti a un mosaico di carta  le cui tessere si ripetono all’infinito.
   Ma  tale impressione è  momentanea e dura finché non mi avvicino abbastanza da  focalizzare l’attenzione su una singola tessera per  volta. Dunque,  estraggo un  volume  dalla nicchia dove è riposto; lo apro,  lo sfoglio. Dopodiché  ne prendo un secondo, un terzo, un quarto… ricominciando  da capo lo svelamento iniziale.
   Adesso il mosaico inizia a perdere la sembianza di una struttura ripetitiva; anzi, si modifica come un serpente il quale, strisciando, cambia forma e posizione.
   Ogni incipit  si unisce con il successivo, come i singoli fonemi di una parola. Sulle scaglie del serpente intravedo   barlumi iridescenti: piccole e grandi differenze.
    Ciò nonostante, scegliere  un  volume resta  un’azione  ardua poiché è raro imbattersi subito  nella storia “giusta”(ossia quella che, quantunque ci sia ancora ignota,   vorremmo aver già conosciuto a causa dei semi fecondi che ci lascerà in dono.)
   Infine qualcosa ci attrarrà verso un’ opera: un suggerimento, un presentimento, una sensazione, una spinta la cui matrice non sappiamo definire. Allora  la ricerca dell’essenza di un pino particolare,  camminando fra i sentieri di una pineta, potrà dirsi  conclusa.
   Nello specifico, in quest’occasione, è una suggestione a decretare  quale albero emani l’essenza che tento d’individuare, percorrendo  i corridoi  di una ciclopica libreria.  Un  libro  incrocia  il mio sguardo. Il suo titolo ha una fluidità fonetica che mi colpisce: Al di qua del Paradiso.
 – Che cosa c’è  “al di qua” di esso? – domando io a un interlocutore invisibile.  Non distinguo se il referente sia io stessa o l’autore,  il cui spirito – immagino -  debba continuare ad annidarsi in ciò che ha creato.
    A causa di gioco di associazioni inconsce, nella mia memoria, si riaffacciano frammenti del pensiero di Nietzsche, i quali riempiono  l’assenza di una  risposta caduta  nel vuoto.
  – Lui mi zittirebbe dicendomi  che c’è l’hic e il nunc, la fedeltà alla Terra e a ciascun istante che viviamo, – incalzo.  
Nessuna replica mi smentisce; nessun assenso mi accontenta.  “Una domanda  raramente ha un’unica  risposta e, quando pure ce l’ha, non è mai una risposta univoca”, penso. Non saprò che cosa si nasconde “al di là” di questo  romanzo, finché non ne avrò letto l’ultima pagina.
   Lo compro. Un modico prezzo per ricevere una risposta che forse mi stupirà,   è senz’altro uno scambio vantaggioso; sempre che, a conti fatti, la risposta di  Fitzgerald  valga   la mia imminente lettura.
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 Appartenente a un’élite privilegiata  di baldanzosi rampolli, Amory Blaine è un personaggio  interessante.  All’inizio del suo percorso di formazione,  è     un   ragazzo bello  e viziato. Non  possiede ambizioni più nobili della maggior parte dei suoi coetanei, né un’intelligenza più spiccata.
    Per tutti loro  l’agiatezza economica, il  riconoscimento sociale, il divertimento  rappresentano i “pilastri fondamentali” dell’esistenza; mentre, invece, il fallimento, l’esclusione sociale e la povertà sono  spauracchi terrificanti da allontanare con ogni mezzo.  
  Progressivamente, però,    agli occhi del protagonista questi  valori condivisi perderanno   sia smalto sia  attrattiva. Inoltre,  anche il modo di percepire  l’ambiente edulcorato che lo circonda,  subirà   un mutamento sostanziale:  da ottimo  luogo dove  realizzarsi si trasformerà in  una  gabbia d’oro  in cui prospera  soltanto l’insoddisfazione.
    Per scappare dalla  prigione   Amory si dibatterà  con deboli colpi tirati alla cieca, prima; e con spallate sempre più  consapevoli, poi.  
    La lotta non sarà   né facile  né indolore poiché  egli subirà l’abbandono del  grande amore, nonché assisterà  al crollo dei sogni di gioventù. Tuttavia, in cambio, diventerà un uomo capace di guardare oltre qualunque fede passeggera, oltre qualsiasi effimero culto. Dall’humus delle sconfitte maturerà  la nitida conoscenza di se stesso.
   Il libro si conclude con una frase emblematica:“Conosco me stesso”, disse, “ma questo è tutto”. Sebbene ne riconoscerà il valore, al protagonista non  basterà  tale,  nascente,  consapevolezza   per   riempire la solitudine in cui, ormai,  si vede proiettato. Dopo essere riemerso dalle “acque della delusione”, il senso acquisito di “responsabilità” e  di “amore per la vita” non sarà scevro da un  fondo di profonda amarezza.
   Eppure, secondo Socrate, sarebbe proprio adesso che si raggiunge  la  vetta più alta    a cui  debba aspirare ogni uomo.

Gioia A.

“Albert Einstein” di Leopold Infeld (II^ Parte)

22 febbraio 2012

(… ovvero la relatività  delle caratteristiche più appropriate richieste da un  libro per stimolare l’immaginazione e arricchire  il lessico.)

I capitoli, con le loro zampette di solerti formiche, si sono seduti in circolo intorno a me.  Si sono radunati in un’allegra combriccola di amici loquaci, al cui centro ci sono io e  la mia memoria svegliatasi di soprassalto. (Ho ritrovato infatti il libro in un angolo impensato, dopo anni e anni di oblio.)

La strettissima relazione esistente fra  la massa, l’energia e la velocità; la luce che s’incurva sotto l’influenza di un campo gravitazionale; il tempo come quarta dimensione; l’universo aperto e l’universo chiuso,  non sono nozioni di fisica che ripasso o apprendo  ex novo,  ma vere e proprie fotografie in bianco e nero,  ingiallite e un po’ sfuocate. Lì  i miei lineamenti infantili fanno da sfondo alla prima lettura – ormai lontanissima nel tempo –  di quelle stesse pagine.

In quegli scatti ho un’ espressione mutevole: meravigliata, sorpresa, crucciata, insoddisfatta… soprattutto  insoddisfatta, sì,  a causa della mancanza di spiegazioni che riesco a raccogliere in merito a quello che non avevo compreso.  Ed era stato quasi tutto incomprensibile, in quel piccolo libro,  il quale mi sembrava contesse, tuttavia,  l’universo ripiegato su se stesso.

Ricordo che da piccola, una volta finito,  ciò che c’era scritto  mi  aveva  lasciato in eredità un forziere gigantesco di domande.

Il mio entusiasmo era stato tale da spingermi a parlare immediatamente delle immagini M-E-R-A-V-I-G-L-I-O-S-E che avevano danzato davanti alla mia fantasia. Però quelle immagini non le avevo afferrate  come mi sarebbe piaciuto e, nei giorni seguenti, avevo posto  un’infinità di domande sulla relatività a chiunque reputassi  capace di rispondermi.

Fra le altre, quella che più mi assillava, era questa: – Einstein come può essere sicuro che la velocità della luce sia la massima velocità possibile? 

A tale domanda, con il candore e la sfacciataggine dei bambini, facevo seguire poi  la mia personalissima obiezione. Essa era  così formulata: - Cosa gli dice che non ce ne sia un’altra ancora più veloce? Come fa a essere sicuro di non sbagliarsi?

Ammettere di aver letto un saggio di fisica a otto anni, specie all’interno del sistema scolastico elementare,  era stata una rivelazione che – almeno nel mio caso –  aveva  generato  moltissimo disinteresse giacché, nella fascia d’età preadolescenziale, erano altre le letture previste per   stimolare l’immaginazione e arricchire  il lessico.

Quindi, dopo aver posto come premessa di aver appena finito di leggere il libro X dell’ autore Y, non era  stato  scontato  ottenere risposte esaurienti.  Anzi, era  stata  un’impresa trovare chi mi desse delle risposte, sia pure dal  sapore inconfondibile delle non- risposte.

“La velocità della luce è  la massima velocità perché…  è così;  perché... lo dicono calcoli matematici difficilissimi.”

Davanti alla mie domande, era accaduto pure  che  il disinteresse avesse lasciato  il posto allo  sconcerto più genuino.

- Eh, cosa hai letto? Ma perché? Con tanti libri adatti alla tua età facili da leggere e che aumenterebbero il tuo vocabolario. Guarda un po’ con cosa  perdi tempo, come se non avessi niente di meglio da fare!

Ovviamente nessuna risposta utile  era riuscita  a  strappare da un tale muro di ostinata cecità. In compenso avevo ricevuto, quale regalo fisso, una caterva di   esclamazioni, borbottii e altre domande  di rimbalzo. Erano più o meno tutte di questo tenore:

- Che assurdità di discorsi… la teoria della relatività! Non ti bastano la matematica, la geografia, l’italiano, la storia? Applicati in queste materie, piuttosto!

- Dimmi: hai capito cosa hai letto, almeno?

- Poco, – riconosco.

- Dunque che senso ha leggere cosa non capisci? e come fa a piacerti se non lo hai capito?

                        ***

Dieci anni mi separano dal tempo e dallo spazio einstainiano; da quelle spiegazioni a metà;dalla contrarietà di chi non comprendeva quanto la fantasia e il lessico potessero ampliarsi smisuratamente anche posandosi su argomenti differenti dai soliti scelti a tale scopo.

Concludo la mia rilettura. Benché ancora molte definizioni e sottigliezze mi sfuggano, ci sono immagini diventate  tatuaggi che, addosso, non sono ancora scolorite e non lo saranno mai. Una è questa:

Le nebulose sono isole di materia in un mare di vuoto

- Cosa leggi?, mi chiede qualcuno tornando in classe dopo la pausa dell’intervallo.

Mostro il libro.

- Ho sentito dire che è ostico.

- A me piace. Comunque questa è una rilettura.

- Dunque è proprio vero che è difficile, se lo rileggi! Ci ha capito di più rispetto alla prima volta?

- Decisamente, – gli garantisco.

   

                       Fine

                Gioia A.

“Albert Einstein” di Leopold Infeld (I^ Parte)

15 febbraio 2012

(… ovvero la relatività  delle caratteristiche più appropriate richieste da un  libro per stimolare l’immaginazione e arricchire  il lessico.)

La nostra libertà di scelta subisce continue pressioni: ora sono pressioni subdole, mistificate; altre volte centellinate e dilazionate. Tuttavia, per quanto cambi il modus operandi che le regola, la loro natura intrinseca non si modifica.

I propri gusti, per esempio, per quanti millesimi si possono ritenere una  nostra esclusiva dimora (dentro cui ci ripariamo, sentendoci soli con noi stessi) e per quanti altri, invece,  sono una proprietà “condominiale” condivisa , consapevolmente o no, con la società con cui  interagiamo? E peraltro è possibile stabilire quale sia una spartizione equa?

Anche quando  ci crogioliamo  nella sicurezza che i nostri gusti ci appartengano completamente, e che dipendano da noi, essi  sono stati incanalati già da un bel po’ dentro dighe progettate per deviarne il percorso e così indirizzarli placidamente dove è stato stabilito debbano dirigersi. In questo modo – è previsto – che il flusso non uscirà  dal letto del fiume.

Ma l’esperienza e la storia c’insegnano, però, che  anche  i fiumi prosciugati o meglio sorvegliati, in alcune circostanze, esondano senza lasciare scampo; e ciò accade  a dispetto delle alte barriere che  qualcuno ha costruito a fianco, con sollecitudine e dovizia.

Il piccolo saggio, racchiuso come un diamante prezioso nel più anonimo degli astucci, è diventato l’oggetto preferito della mia attenzione, nel breve intervallo che mi separa  dalla cena.

Questo –  subodoro fin dall‘incipit  - non a niente a che spartire con i libri che, finora, ho letto o sfogliato. Qui non c’è nessuna illustrazione, carica di colori vivaci, che ritrae  strani personaggi buffamente acconciati,  delicate creature di mondi fiabeschi o vagamente irreali; né  nessuna pagina è stata stampata  con caratteri larghi e  con parole dal significato immediatamente comprensibile.

Lo scritto è fitto e minuto, impresso  su pagine spesse di un bianco abbagliante. Mi fanno pensare a un’intera  colonia di formiche che si è mossa tutta insieme per raggiungere  una confezione di zucchero semolato. Sulla copertina campeggiano  due rettangoli: uno blu accanto all’altro nero.  Un nome e un cognome,  che è il titolo stesso del libro,  sono stampati in alto: Albert Einstein;    e poi c’è un sottotitolo,   un po’ più in basso, che recita così:

L’uomo e lo scienziato. La teoria della relatività e la sua influenza sul mondo contemporaneo.

Che cos’è la teoria della relatività?, mi chiedo disorientata  dinanzi a quella definizione il cui senso non comprendo minimamente.  Ciononostante sono in preda a una strana euforia.

Il torpore  in cui mi ha  lasciato l’ultima lettura imposta, che ho “ingollato” di malavoglia come una medicina amara,   è già un ricordo lontano.

Cuore di Edmondo De Amiciis  (con la sua dolcezza commovente che circonda di un’aura luminosa la vita fra i banchi di scuola, e  i suoi personaggi/bambini innalzati, nei racconti mensili del diario, allo stutus di  eroi esemplari), è già un ricordo  avvolto nella nebbia. Lo rispolvererò,  e soltanto  se ce ne sarà bisogno,   durante  la prossima interrogazione d’italiano.  

Adesso c’è il presente  con il libriccino che sto scoprendo, anzi con la  colonia di formiche che sto inseguendo. Ho il presentimento  che,  alla fine della corsa, troverò  qualcosa di bellissimo.

Dopo cena e nei giorni successivi la  lenta  migrazione degl’insetti, verso la loro manna, riprende seguendo le linee parallele. I primi capitoli hanno ipnotizzato  i miei otto anni con la maestria di un gioco di prestigio. Imbrigliati dentro la morsa delle  letture “a loro consoni” , essi non sono stati catapultati  ancora in uno spazio e in un tempo  tanto lontani e immaginifici quanto quelli che vengono raccontati in queste pagine dal formato ridotto,   fra un ascensore che precipita e un treno in corsa.

I caratteri d’inchiostro s’inanellano l’uno sull’altro,   in file indiane regolari e io con esse, sforzandomi di stare dietro ai loro passi felpati. Quei passi  scandiscono un ritmo prodigioso che  ascolto con l’udito potenziato della pura fantasia.

Gioia A.

“Le avventure di Sherlock Holmes” di Arthur Conan Doyle

25 novembre 2011

(… ovvero il peso immobilizzante del pregiudizio e l’irriverenza liberatrice dell’eccezione)

È  un afoso pomeriggio  di luglio. Il caldo è talmente intenso che  tutti i gesti, i pensieri e le decisioni,  subiscono un rallentamento fisiologico. Anche la  ricerca in biblioteca di un libro, con cui riempire parte delle lunghe vacanze scolastiche, risente di questo torpore sonnolento.

Sebbene destreggiarsi tra i  vari scaffali, disposti lungo le pareti, non  mi richieda  sforzo e, anzi, sappia in anticipo  dove dirigermi, davanti alle pregiate rilegature allineate  impeccabilmente,  non riesco a  scegliere né a escludere nessun volume.

Leggo i titoli dei romanzi e i nomi degli autori, senza interesse, come dovessi declamare  silenziosamente un interminabile elenco della spesa. Mi azzardo unicamente a sfogliare  qualcosa a caso, sbirciando  qua e là, ma  il senso di svogliatezza crescente non mi abbandona.

La verità è che  il  caldo mi ha letteralmente liquefatta. Nonostante  la ferma intenzione di procurarmi  il nuovo romanzo attingendo dalla zona dei premi Nobel, non ce la faccio a imbarcarmi a bordo di una qualsivoglia storia impegnata, senz’altro traboccante  di valenze socio-economiche, filosofico-moraleggianti e via discorrendo.

“Per questa volta opterò per  qualcosa di  leggero”, decido infine per uscire dall’impasse; e   trotterello avanti verso altri “lidi”. Così,  mentre lo scaffale preferito subisce una brusca interruzione  del mio fedele gradimento, la   sezione di fronte (che, finora,  non ha mai degnato di uno sguardo), inizia ad attirare la mia attenzione e a risvegliare il mio interesse, ancora nel  pieno delle sue potenzialità.

Essa ammicca verso di me, invitandomi   con le sue  copertine appariscenti, del  colore del sole torrido che mi sta fiaccando e…  dello scarso valore a livello letterario. Le  copertine  sono gialle;  quindi – secondo quanto mi è stato sempre insegnato e ribadito ad oltranza -  appartengono a un genere di letteratura che è da considerarsi di serie B.

Sebbene sia sempre più attratta da quelle file di volumi misteriosi,  mai guardati,   c’è qualcosa che me ne tiene ostinatamente lontana, perfino adesso che la distanza fra di noi è ridotta ai minimi storici.

Quella repulsione indotta   nient’altro è – intuisco – che il freno prodotto dal  pregiudizio,  una sorta di catena semi-invisibile,   la quale   cinge le mie braccia, bloccandomi nella libertà di decidere. Il suo peso  è talmente irrisorio che, pur avendolo addosso,   non ne avverto quasi l’ingombro.  Penso che se guardassi  la catena da vicino,  non mi sembrerebbe neppure una costrizione, ma la scambierei, probabilmente, per una  piuma rimasta impigliata   nei  vestiti.

Sì, senz’altro, è  proprio in questo modo che  la sua presenza   mi sta alle costole,  sfruttando il passaggio gratuito (il quale, da parte mia, non mi sono mai sognata  di offrirle).

Nel caso  specifico, la piuma, sotto mentite spoglie,  mi ha istillato  la  credenza che i libri “gialli”  siano letture di pura distrazione, assolutamente deludenti; e che, per questo motivo,  non convenga   dedicare loro del tempo, sottraendolo a qualche libro dieci volte più meritevole.

Tuttavia, contro ogni mia stessa convinzione o previsione, improvvisamente  afferro un libro  fra quelli “messi al bando” fino a un istante prima. È un libro di  uno scrittore inglese, un certo  Arthur Conan Doyle.

Non so come  l’atto irriverente  accada. Forse il caldo  ha allentato  momentaneamente  la ferrea vigilanza della piuma, o forse sono stata io a scrollarmela  via di dosso, stufa della sua  morsa invisibile, regolata  da un ipse dixit – non bene identificato – che compie una  cernita, a propria discrezione,  di ciò   che è utile leggere e di ciò che  non lo è.

Io e il I volume delle Avventure di Sherlock Holmes,  che mi porto dietro da una stanza all’altra della casa, con il trascorrere  dei giorni,   subiamo un mutamento complementare pressoché contemporaneo.

Infatti, i  miei occhi, colpiti da una curiosità imprevista, diventano due magneti e tutte  le pagine, da pezzi di cellulosa,  si trasformano in altrettanti rettangoli di ferro che si attaccano  alla mie pupille. Adesso rincorro le frasi, pungolata dalla smania di sapere, tenendo lo stesso passo  dell”investigatore, il quale  s’infila nelle vie dei sobborghi londinesi, battendoli palmo a palmo. Oltre a seguirne   i  pedinamenti  discreti, ne attendo fremente le intuizioni geniali.

Holmes,  con il suo sguardo acuto, le sue lunghe meditazioni silenziose che segnano la soluzione di ogni caso  e lo svelamento del colpevole di turno, ha un fascino irresistibile. Sorprendentemente mi accorgo che il suo metodo deduttivo è la negazione assoluta del pregiudizio, la ricerca della verità attraverso la conoscenza effettiva sul campo.

In primo luogo, il personaggio  raccoglie indizi e prove e, soltanto successivamente,  tira le  somme, allorquando ogni più piccolo particolare è collocabile logicamente, al suo giusto posto,  in un  puzzle apparentemente inestricabile.

Finito il I volume,  divoro famelica l’intera produzione doyliana che  ha Sherlock come  protagonista. Non mi occorrono  che un paio di settimane scarse per “portare a termine”  tutte le sue indagini, dilazionate in 56 racconti e 4 romanzi.

Dopo essermi  imbattuta nell’eroe più illustre della fantasia di  Conan Doyle, ho smesso di guardare le persone; e,  invece, ho incominciato a osservarle attraverso piccoli particolari, i quali  – ho poi verificato  – possono essere altamente  rivelatori.

Inoltre, da allora, cercando un libro nuovo  da iniziare,  non mi sono più limitata a salire fino ai gradini alti della “scala gerarchica” della letteratura, ma ho  preso l’abitudine di discendere altresì verso quelli che, le convenzioni accademiche,  pongono in basso.

Non  suddivido più i libri in  generi letterari  maggiori o minori.  Per me, esistono soltanto i libri, scevri da qualsiasi classificazione preventiva. Ovviamente, ogni singolo testo  mi potrà piacere o  no, per una ragione o per un’altra.

Tuttavia ciò lo  saprò unicamente   grazie a una possibilità di lettura che gli avrò concesso;   e non perché  mi sarò affidata ai picchetti piantati dal pregiudizio.

 Gioia A.


“Canti” di Giacomo Leopardi

2 settembre 2011

(ovvero… gl’infiniti  rigagnoli che, talvolta,  trasudano  dall’ eco delle parole)

Se penso a un incipit per questa  storia, esso è quello che non   scriverò perché troppo somigliante  a uno dei tanti che  ho già  tirato  fuori dal tunnel del tempo.

Sull’incipit  che lascerò  dormiente,  nel limbo dell’inespresso,  dondolano ragnatele spezzate  e  i tarli sono solleciti nel corrodere ciò  che, nondimeno, resta intatto. Esso ha la consistenza dell’inchiostro  invisibile, schizzato  sul mio  banco di scuola, progressivamente più grande e più alto.

Probabilmente, si aprirebbe con la prima edizione dei Canti leopardiani che  ho comprato e  ho letto con occhio inesperto, cercando  un’ancora di salvezza “interpretativa” nelle note a piè di pagina.

Le altre edizioni si susseguirebbero, in ordine cronologico, sotto un  banco che mi ha tallonato finché una fine improcrastinabile lo ha  accatastato dentro il  tunnel,  così come succede a  ogni altra cosa caduta in disuso.

Suppongo che quei volumi,  dal contenuto identico, siano  ancora allineati sul ripiano di formica;  o forse un colpo di vento li ha scaraventati  in terra, trasformandoli in zeppe fortuite per  livellarne le zampe in pessimo equilibrio.

Dunque, nel raccontare  la mia storia,   ignorerò l’ “inizio” e incomincerò  invece dall’epilogo e dal suo corollario.

Avevo finito di scrivere una  poesia (l’ennesima di una lunga serie di cui, ormai,  avevo perso il computo) e prima che questa s’incolonnasse, come le precedenti, nella lunghissima fila dei versi scritti e poi dimenticati sul bordo di una pagina voltata, avevo fatto una cosa che non mi era abituale: mi era soffermata a rileggerla oltre quanto fosse necessario per  apporre le correzioni o le modifiche di prammatica.

Come sempre mi accadeva, essa era finita prima che io stessa ne avessi una visione d’insieme. La penna aveva tracciato  l’alone sprigionato da un’immagine sfuocata che a poco a poco si era avvicinata, diventando nitidissima; dopo ne aveva ricalcato fedelmente le impronte trasparenti disseminate sulla carta.

Quando la  poesia era conclusa, ciò che leggevo – mi accorgevo -  era esattamente quello che avrei  scritto   se solo avessi avuto il tempo di pensarlo. Ma la mia mano, scrivendo, anticipava sempre – non so in virtù di quale meccanismo misterioso -  il pensiero che avrebbe dovuto seguire.

Tale sensazione è quella che mi rinasce appunto dalla bocca dello stomaco durante la prima lettura  della nuova,  intitolata Un punto. (Anche i titoli  sfuggono alle briglie del mio controllo, formandosi  in base a una sorta di scelta inconscia.)

“E ciò che avrei voluto descrivere”, penso. La rileggo una, due, tre volte; inoltre inizio a riscriverla alleggerendola delle piccole imperfezioni prodotte dalle frettolose cancellature (cosa strana perché, se lo scritto è leggibile, non perdo tempo a ricopiarlo.)

La mano trascrive i versi, però i  pensieri già sono andati oltre, attirati da un’ eco sopraggiunta direttamente dal tunnel del tempo.  Risuona  una voce che mi recita l’incipit dell’Infinito di Leopardi.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
De l’ultimo orizzonte il guardo esclude.

“La voce è la mia o quella di qualcun altro?”

La suggestione continua, il piccolo idillo palesa la sua ricomparsa al di là delle fragili mura che l’hanno occultato al mio ricordo. Mi viene restituita in massa, senza che lo abbia richiesto,  l’intera produzione poetica leopardiana. L’eco s’irrobustisce fino a differenziarsi in un coro di voci: una è infantile e declama Il sabato del villaggio; un’altra è impostata sulle corde di un tenore mentre fa risorgere Silvia per una breve   e  incisiva apparizione, ecc…

Soffio sopra la mia pagina contemporanea. La libero  dalle briciole della gomma per cancellare.

La mia bella copia è finita. Anche lì è presente il mare benché non ci sia nessun colle solitario né alcuna siepe. Eppure, anche lì  c’è qualcosa che impedisce alla vista di vedere fisicamente oltre. Ed è proprio allora che ho scattato un’istantanea dell’ universo.

La poesia che ho scritto – capisco adesso -  altro non è che la descrizione  del mio personalissimo “infinito”.

***

Ho pensato sovente alla mia versione, non prevista, dell’ infinito. Il coro di voci ogni tanto si era  lanciato in qualche gorgheggio, ma per il resto niente di strano era apparso all’orizzonte. Finché un giorno, spinta da un impulso irrefrenabile,   ho deciso di moltiplicare l’eco della mia poesia “all’ infinito”.

Quel giorno l’ho tradotta in Esperanto, la lingua che è nata con l’intenzione di eliminare tutte le barriere linguistiche nel mondo. Nessun’ altra poesia sarebbe stata più adatta di quella per segnare le coordinate di uno spazio illimitato.

                                         

                                                                        Gioia A.

“Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi

31 luglio 2011

(… ovvero  primi accenni, sui banchi di scuola, del sistema tassonomico)

Quando me lo consegnarono, non lo  afferrai con  la risolutezza che avrebbe assecondato il mio reale desiderio di possesso, né lo apersi con la fretta consona alla mia fretta smodata d’imparare subito a leggere. Invece, affascinata oltre  misura dallo scrigno di “sapere” che mi si era posto sotto al naso, rimasi   a fissarlo a lungo senza osare toccarlo; senza più avere fretta di strappare il cellophane che lo proteggeva e lo conservava ancora  al di fuori dal  raggio del mio controllo.

Ero spaventata ed eccitata. Quello stato d’animo ambivalente lo ricordo bene, almeno quanto il  particolare tagliando  verde (distribuito  dalla scuola  a ogni scolaro di prima elementare) grazie al quale acquistavamo il diritto di ricevere  gratuitamente una copia  delle Avventure di Pinocchio: storia di un burattino.

Non ci volle che una sosta presso la cartoleria nei pressi della  scuola e  lo scambio venne effettuato con velocità  inappuntabile.

Un  lungo naso a punta e   un buffo vestito  a fiori, dopo essersi sistemati comodamente nel mio zaino,  mi accompagnarono  nel tragitto di ritorno a casa;   e, una volta arrivati a destinazione, balzarono fuorì dal loro mezzo di trasporto  e si attaccarono, dispettosamente, ai miei pensieri. 

Non so bene quanti me ne passarono in mente  o quanti ne uscirono  sfruttando lo stesso  movimento ciclico; immagino però che, osservando la   copertina gialla, il mio sguardo ricevette in dono qualcosa di simile alla visione dell’ inizio nella sua  forma più fedele e irripetibile.

L’inizio di cosa? Di un’ apparizione stupefacente: migliaia e migliaia di lettere che, intrecciandosi fra loro  come gli steli dei fiori, andavano formando aggraziate  ghirlande con le frasi.

Se a sei anni e mezzo ebbi la sensazione che, in futuro, tutti i libri del mondo sarebbero stati a mia disposizione e che  li avrei letti uno per uno,  fu perché le avventure di un burattino disobbediente,  in quell’inizio della mia vita appena intaccata, diventarono il mio abbecedario  e il mio libro di lettura.

Senza quel volume (ricco d’illustrazioni e stampato a grandi caratteri), gli altri che lo seguirono, per me  non sarebbero esistiti; e  ciò per il semplice fatto che io non avrei imparato a leggere.

 L’incipit delle Avventure di Pinocchio  dispiega le ali  combaciando con il primissimo, stentato, tentativo di lettura indipendente.

Che stranezza rivedersi a distanza di così tanti anni con la vista della memoria! Vedo il mio inizio perdere i suoi contorni netti e  assomigliare, progressivamente, un  quarto di capitolo alla volta,  sempre più  a una quotidianità che s’ingrigisce sotto un pioggia battente di raccomandazioni, ammonimenti e rimproveri.

Lo scroscio d’acqua colpisce  a caso,  in piena faccia oppure  di striscio, ma il suo rumore, ora più acuto ora più grave, è inconfondibile:
“Sillaba correttamente…”
“Scandisci nuovamente l’ultima parola e dopo  uniscila alla frase…”
“Quando leggi, fa’ attenzione alla punteggiatura! Devi cambiare l’intonazione dove ce n’è bisogno…”
“Non mangiarti le finali, pronuncia bene le consonanti doppie…”

La storia di Collodi di per sé mi piace molto e vorrei scoprirne presto il finale per sapere cosa accadrà a Geppetto; se il  burbero Mangiafuoco, dal cuore tenero, ricomparirà; se il Gatto e la Volpe verranno puniti per aver rubato gli zecchini d’oro.

Ma più passano i mesi più la lettura del libro procede a rilento,  perché, negli spazi vuoti lasciati dalle parole degli strani  personaggi, vengono  aggiunti esercizi per migliorare la scrittura o l’abilità nel leggere, magari ripetendo uno stesso periodo molte volte.

Fra le  osservazioni,   di carattere pedagogico,  espresse dagli  insegnanti  circa il modo migliore di farci arrivare al traguardo A, a quello B o C, il capitolo conclusivo del mio primo libro si allontana anziché avvicinarsi.

Il fatto  curioso  è che il rendimento della maggior parte di noi  bambini  non sembra allinearsi con il  traguardo ideale che si presuppone dobbiamo conseguire. Viceversa, a   turno,   ognuno risulta  spostato in avanti o indietro  rispetto a qualcuno dei  compagni di classe. 

Dai discorsi  che sento,  ad esempio, so che “l’alunno x  legge più velocemente dell’alunna  y, ma d’altronde l’alunna y legge con più espressività, quindi è più avanti. L’alunno z poi sa perfino rielaborare i contenuti, tuttavia è così lento nella lettura che si stanca presto… Ciononostante è bravissimo in matematica perciò, complessivamente, il suo rendimento è migliore di quello di x …”

(Per la prima volta, attraverso il riflesso degli occhi  altrui,  imparo  quanta differenza possa nascondersi   fra individui che a me sembravano assolutamente uguali  in virtù del fatto di avere sei anni, d’indossare  il medesimo, orrendo, grembiule nero e di possedere la stessa copia  delle Avventure di Pinocchio  con la medesima  copertina giallo brillante.)

Insomma, ogni scolaro, quando a causa di un’imperfezione;  quando a causa di una mancanza più grave,  non rientra mai totalmente nei canoni prestabiliti da qualcuno.

Ovviamente anche questa  regola “incresciosa” ha la sua eccezione, anzi le sue eccezioni, rappresentate dai due o tre scolari che, al contrario,   rientrano al millimetro in  ogni linea guida  esistente circa l’ottimale rendimento scolastico.

Essi, fin da subito,  vengono innalzati dall’insegnante  a  metri  viventi di riferimento cui debbano tendere gli  sforzi congiunti d’insegnamento e d’apprendimento.

Benché sul finire di maggio (in coincidenza con la fine dell’anno),  avessimo tutti imparato a leggere e Le avventure di Pinocchio si fossero concluse premiando il burattino diventato buono, le nostre peculiari imperfezioni d’apprendimento ci avrebbero  situato  ancora sui  vari gradini di una scala ideale,  ora  un po’ più in alto ora un  più in basso rispetto all’apice prestabilito.

Ritornando a scuola, dopo la pausa estiva,  quelli fuori dal gruppo privilegiato delle eccezioni   avrebbero dovuto ritentare  l’arrampicata  e,  gradino dopo gradino, sarebbero stati spronati ad arrancare  verso il podio (peraltro già occupato “da altri” in pianta stabile.)

E perché tutto ciò? Semplicemente era accaduto che, in qualità di studenti “in erba”,  eravamo  già stati  classificati in tante categorie e sotto-categorie  grazie a uno schema riadattato ad hoc del noto sistema tassonomico.

                                       Gioia A.

“Candido” di Voltaire (II^Parte)

26 giugno 2011

(… ovvero le  possibili, infinite, variazioni  nel ripieno per lo strudel)

In definitiva, nel libro, viene abbozzato un crocevia dove s’incontrano più strade percorribili (perché, ovviamente, se ce ne fosse una sola sarebbe troppo facile!) Ognuna di esse incarna metaforicamente una ben precisa visione del mondo. Ma come distinguere quella vera fra le tante?

E io-lettore/Candido, volendo andare nella direzione che mi condurrà verso la migliore delle esistenze, quale dovrò imboccare?

Sotto la penna ironica e sferzante dello scrittore-filosofo, le scelte prendono vita, vestendo gli abiti di alcuni protagonisti che, incarnandosi in atteggiamenti opposti,  rivelano a Candido punti di forza e  debolezze.

Per Pangloss, qualunque iniquità subisca, qualunque sciagura si abbatta su di lui o sulla realtà circostante, questo resta pur sempre “il migliore dei mondi possibili.” Lui non discute sulla veridicità di tale assioma; nemmeno per un secondo osa mettere in discussione ciò che rappresenta l’assoluta certezza della propria vita.

(Che cosa ne sarebbe di noi se non potessimo contare sulle nostre barricate di ciottoli che  ci fanno sentire così al sicuro! La marea ce le porti pur via, ma noi non rinnegheremo mai e poi mai la validità di quella fragile difesa contro gli assalti della vita; anzi, riprenderemo ad ammonticchiare altri piccoli sassi con la stessa testardaggine di prima, ignorando che ricominciamo a costruire daccapo.)

Eppure – penso -  vedere il bicchiere mezzo pieno non è preferibile a vederlo mezzo vuoto, come fa Martino, per il quale non c’è che infelicità per tutti, dispensata equamente dalla sovranità del male?

Pangloss è un ottimista che non scorgerà mai il male; Martino, al contrario, non vedrà che questo.  Candido, in mezzo ai due opposti della corda, a quale lunghezza dall’uno o dall’altro capo si deciderà a stare? Più vicino al leibniziano o al manicheo?

A dire il vero, non ho ancora valutato le distanze o le vicinanze possibili di “messer Candido” con Pangloss e Martino. Momentaneamente sono indaffarata con lo strudel.

La pasta, grazie al lungo riposo, è diventata elastica cosicché  l’ho stesa al primo tentativo (per quanto non sia venuta abbastanza fine come prescrive la ricetta.)

È il momento di passare al ripieno. Mele tagliate a tocchetti, uvetta sultanina, burro fuso, scorza grattugiata di limone, zucchero, cannella, pangrattato, gherigli di noci, pinoli  (no, un attimo! A me il pangrattato non piace, né i pinoli o le noci insieme alle mele…  Se   voglio che il dolce  abbia una buona riuscita, devo aggiungere per forza anche ciò che io eliminerei?)

Candido in base a cosa  può stabilire qual è, senza ombra di dubbio,  il migliore dei mondi possibili? Grazie alle certezze di altri che gli vengono  spacciate per verità assolute, o affidandosi preferibilmente all’esperienza personale che non esita a gettare via tutti gli  ipse dixit se li  giudicasse obsoleti?

(Ho finalmente deciso: nel mio  esperimento culinario, ignorerò gli arcaici dettami  degl’ingredienti e delle dosi. Perciò faccio a meno della frutta secca e abbondo con la  cannella che verso sulle mele senza freni, facendola cadere   a pioggia dal colino.)

Quello che si cuocerà non  sarà, forse, il migliore degli strudel possibili, ma per lo meno non contrasterà con il mio gusto. Nell’attesa di trovare quello perfetto – che rimpiazzerà    la mia variante modificata – decido che la scelta più sensata sarà la stessa presa dal protagonista, poco prima che si concluda il libro: coltivare il proprio giardino.

E anch’io, come lui, intanto coltiverò il mio giardino poiché   ugualmente mi allontanerà

da  tre mali: la noia, il vizio e il bisogno.

E intanto, durante  gli  operosi lavoretti di giardinaggio, finirò la mia relazione di almeno quattro colonne (che, al conteggio finale, risulterà però  molto, molto più lunga… eh, sì: è sempre la stessa “storia”), ovviamente continuando  a riflettere  – così come farà Candido -  su quale sia il migliore dei mondi possibili. Anche se, ferma sull’ultima riflessione, so già che la mia opinione sarà immutata. Per ognuno di noi, il migliore dei mondi possibili, è quello che maggiormente  si avvicina alla nostra peculiare sensibilità.

Come per lo strudel,   è semplicemente una questione di gusti. Sebbene siano possibili  infinite   variazioni  nel ripieno per  tale dolce, ognuno ha  il preferito a cui non rinuncerebbe. E ciò perché, banalmente, gli piacciono più le albicocche delle mele; preferisce le  pesche più delle ciliegie o dei  frutti di bosco.

                                        Fine

                                                            Gioia A.

“Candido” di Voltaire (I^Parte)

23 giugno 2011

(… ovvero le  possibili, infinite, variazioni  nel ripieno per lo strudel)

Qual è il migliore dei mondi possibili? Questa domanda mi frulla in testa da un po’ e precisamente da quando ho iniziato a leggere il Candido di Voltaire.

Benché sia arrivata alla conclusione del rocambolesco viaggio del protagonista e della sua scalcinata combriccola, non ho ancora trovato la risposta alla mia domanda; o meglio, quella che ho desunto dalla conclusione della storia (che Voltaire ha immaginato per veicolare il suo messaggio),  mi ha lasciata talmente confusa che, riflettendoci, non so assolutamente cosa abbia colto nel segno e cosa abbia frainteso.

Mi sembra di essere rimasta sospesa fra un’interpretazione inequivocabile e una sibillina. Qual è la migliore possibile fra quelle desumibili dal testo? Eccoci di nuovo tornati al punto di partenza.

Valuto l’opportunità di rileggere immediatamente ciò che, da lontano, mi era sembrata una gigantesca palla di neve pronta a rotolarmi addosso con tutto il suo peso; mentre, alla resa dei conti, la sua traiettoria non mi ha neanche intercettata di striscio. Un secondo viaggio potrebbe essere ciò di cui ho bisogno – mi dico – per dissipare l’incertezza titubante dentro la quale è avvolta la mia riflessione, nata per “emanazione” da quella voltairiana.

“Cercherò il dettaglio sfuggitomi”, decido; e, come in ogni ricerca che si rispetti, riparto dall’inizio. Capitolo I. Come Candido è allevato in un bel castello e come n’è cacciato via; Capitolo II Rileggo senza accusare la minima fatica, ma riprovando lo stesso divertimento per il sottile sarcasmo che è disseminato nei singoli periodi.

Come se una spontanea, seconda, lettura  non fosse sufficiente, su ciò che ancora non s’incanala lungo un’ univoca direzione interpretativa, dovrò scrivere una relazione lunga almeno – e ciò  è stato specificato -   quattro colonne di un foglio protocollo.

“Perfetto! Non ci mancavano che le lunghezze  coercitive a facilitare la creazione di una relazione  ancora in uno stato gassoso di nebulosa!”, m’infurio moderatamente, afferrando un foglio qualunque per assemblare la brutta  copia. Scarabocchio  il nome dell’autore e titolo del libro in alto. Una sottolineatura e poi un’altra e, fra di esse,  un pensiero si fa largo tamburellando sulle righe ancora vuote: “Scrivendo inseguirai la tua  risposta a imitazione di Candido, il quale ha inseguito madamigella Cunegonda in lungo e in largo attraverso “questo mondo.”

Non dubito più del fatto che l’appendice d’inchiostro (da esibire al nostro rientro a scuola quale prova dell’avvenuta lettura di Natale)  riempirà splendidamente le pause che mi occorrono per terminare la mia ri-lettura meditabonda delle avventure di un uomo che, pur di  riabbracciare la donna che ama, sfida pericoli d’ogni genere.

A parte la sua poca oculatezza nel maneggiare il denaro,  Candido è proprio un  personaggio senza onta e senza paura!,  considero rivivendo le sue tante disgrazie concatenate.

Indubbiamente, si potrebbe replicare che le avventure del nostro “cavaliere” sono troppo surreali per apparire credibili; ma ciò, secondo il mio punto di vista, non le rende meno candidamente disarmanti.

Intanto, la pasta strudel che ho preparato  questo pomeriggio si sta “riposando. Prima che la maneggi, diventerà perfettamente elastica poiché  mi dedicherò all’arte della pasticceria soltanto dopo  aver assistito di nuovo al ricongiungimento  fra i due innamorati separati da un destino singolarmente crudele.

Sì, perché gli  accadimenti sfortunati che li travolgono  oltre ad essere veramente troppi  per due  sole anime,  avanzerebbero  perfino se  fossero distribuiti equamente fra l’intera umanità.  In ogni caso, ad essere pignoli, un po’ d’equità  nel libro sussiste: anche agli altri personaggi ne capitano di cotte e di crude.

 Ma l’incontro al cardiopalmo fra madamigella Cunegonda e messer Candido è separato ancora da parecchi capitoli che devo  (ri)leggere.
                                       

                                                        Gioia A.

“Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello

12 giugno 2011

(… ovvero l’abilità trasformista di  ridiventare un’ identica copia di sé stesso)

Un giorno ti svegli e scopri che, pur non essendo ancora morto, puoi  accartocciare la tua   vita come una pallottola di carta e gettarla via in un cestino; inoltre – ed è questa la parte migliore – hai l’opportunità di scegliertene  una nuova, al suo posto,   che sia  completamente priva di qualsiasi piega o buco. Rinasci  da adulto poiché ridiventi, a tutti gli effetti,  un foglio bianco uscito fuori dalla risma.

D’ora in avanti  ciò che è successo prima; ciò che sei stato precedentemente,  viene azzerato. Nessuno sa che cosa hai fatto, quali errori hai commesso, quali sogni  hai accantonato, quali imprese -  grandi o miserrime – hai realizzato.

Tu non hai più né un passato certo (in quanto non sei più il detentore dell’altra vita, scaraventata via) né, tanto meno,  hai un futuro probabile davanti (dal momento che il tuo secondo foglio non è stato ancora  ripiegato e bucherellato). Il tuo solo possesso  è il presente.

Che cosa accadrebbe se ciò non rimanesse  un’ipotesi fantastica, ma si concretizzasse a beneficio di qualcuno? Quella persona (scelta dalla fortuna, dal caso, dalla coincidenza), saprebbe approfittarne? oppure, imprevedibilmente,  sarebbe travolta dal cambiamento al punto da non riuscire, suo malgrado, a cambiare un centimetro di sé e delle proprie scelte?

Ebbene, nella letteratura italiana, c’è stato un personaggio che ha dovuto fare i conti precisamente con l’onore e l’onere di uno scenario simile. Il suo nome  è Mattia Pascal.

La moglie  lo riconosce  nel cadavere di un suicida (ma come fa a prendere un abbaglio simile! mi verrebbe da osservare; ma passiamo oltre…) e, di fatto, lo designa quale  protagonista di una vita nuova,  da inventarsi di sana pianta.

Mattia Pascal afferra la  palla al balzo: abbandona il marito di Romilda – ossia, se stesso – nel cadavere dello sconosciuto a cui è stata affibbiata in quattro e quattr’otto  la propria identità; dopodiché ricomincia a vivere nella pelle fittizia di un uomo creato dal nulla a cui darà il nome di   Adriano.

Egli cambia città, cambia portafoglio (giacché una vincita al casinò gli garantisce un’agiatezza economica per niente irrilevante) e, non da ultimo,  cambia legami. Infatti, s’innamora di una dolce ragazza che, per giunta,  ha il suo stesso, nuovo, nome. Se non è un segno del destino questo…

Mattia,  ora,  non deve sopportare più il peso delle sue vecchie  catene e potrebbe essere  felice; ma non lo è. E  questo  paradossalmente perché  egli non è più Mattia, ma Adriano Meis e  quest’ultimo non ha un’identità anagrafica che ne permetta l’effettiva  esistenza all’interno della  società. Per esempio non può sposarsi con il suo nuovo amore,  né denunciare un furto subito. Comunque, può sempre suicidarsi (di nuovo, o quasi!) Almeno i  morti rimangono tali, senza essere risucchiati dagl’ingranaggi della burocrazia…

Dunque, la risoluzione è presa: Adriano  inscena il proprio  suicidio e, dalle sue ceneri immaginarie, fa risorgere  Mattia. Egli crede, così, di riappropriarsi della vecchia vita, quella legittima, ma la sua convinzione è soltanto un’illusione.

Scoprirà che perfino per il “vero” se stesso non ci sarà posto laddove credeva di ritrovarlo: in seno alla sua antica famiglia. Lui  è come se fosse morto; poco importa se la faccenda del suicidio è stata un macroscopico equivoco.

“Mi pareva strano che il giochino di prestigio filasse liscio come l’olio e che Mattia potesse vivere in pace il resto della sua  altra vita come l’uomo diverso che avrebbe voluto essere!”, sbruffo, un po’ contrariata, giunta ormai  in dirittura d’arrivo delle disavventure del mio anti-eroe. 

Il libro crepita sotto il mio sfogliare impaziente. Come finirà? Il fu Mattia Pascal. “Egli fu” e adesso chi è, invece? Sono all’ultima pagina. “Però! Chi si aspettava un esito  così teatrale? Il rinato  Pascal che porta fiori sulla  tomba de vecchio sé stesso! Un degno colpo di scena…”, rimugino fra me e me.

Dopotutto, avevo ragione a credere che non basta cambiare abiti, nome, aspetto fisico per mutare ciò che siamo. Non importa sotto quanti camuffamenti, ogni volta diversi, ci nasconderemo o  quanti “alias”, agli antipodi da noi,  crederemo di offrire al mondo al posto nostro. Alla fine, consapevolmente o no,  ci trasformeremo  sempre in  identiche  copie di noi  stessi, riproducendo le medesime  pieghe e i medesimi buchi sulla pagina.

Tanto è vero che Mattia Pascal il fu; è; sarà.


Gioia A.


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